Al tempo che ci si strugge d’un amore perduto, la ragione è soverchia, e lo sguardo cerca un caro fantasma che più non appare, e s’abitano i ricordi, ingannevole malia d’un breve sollievo, cui segue maggiore nostalgia. D’un lungo discorso avanzano stringati lacerti, e si ritrova una grafia minuta stretta nell’angolo d’un foglio, a raccontare la grazia riposta dei suoi modi, e la sorpresa d’una tale sorte rubava le parole, e mille omissioni poi tormentano i rimorsi, e che sciocca idea centellinare il bene per i giorni a venire, ciò che resta da dire è moneta fuori corso che più non seduce il creditore, un bottino di questua che ingombra le tasche e risuona secondo il passo con molesta melodia. Due sillabe infine si concedono, inviso requiem alle proprie speranze, ma dirle a che vale? Basta per entrambi univoca sentenza, non c’è replica ad un addio.
Il nostro sguardo non arriva abbastanza lontano, si perde nella nebbia delle paure e nel fuoco breve delle passioni. La verità è un passo oltre e la sua regola è difficile. La coscienza di ciò che facciamo è la condanna per le nostre omissioni.
“Nun ten sciort!”1, perché la fortuna, ch’era incolore per i latini, qui nasce rosa, a compenso d’un intorno che s’offre a fatica e chiede il favore degli eventi perché la faccenda abbia gioco, mentre lui, che da sempre imbastiva dovizia d’imprese, l’accoglieva una sorte dispettosa che puntualmente lo rispediva al capolinea, e n’avrebbe fatto un cruccio duro a passare, se avesse provato un bilancio, ma quello ne usciva ogni volta più leggero, come chi, partendo con poco bagaglio, l’offre in dono prima del ritorno; allo steso modo, per ogni sogno mancato, cadeva una zavorra di timori e si faceva ragione che, ruzzolando su accidentati precipizi, sono le aspettative a farci gravi e accrescere il danno. Per questa levità di cuore gli sortiva un fare da guitto che tutto volgeva al sorriso, ed offriva a sé, prima che agl’altri, la lima dello scherno che smussa picchi d’orgoglio ed infine c’affratella. Quella mattina l’alba faticava a scrollarsi di dosso le prime foschie, e trovava un grigio riflesso nei volti assonnati che di malavoglia s’affacciavano al giorno, allora, atteso che l’apprendista gli porgesse il caffè, si rivolse a lui con voce querula, come certe donne il cui universo pare implodere ad ogni minuzia, e gli chiese “Scusa, si potrebbe avere una tazzina col manico a destra?”, e mentre quello s’affaccendava a cercare d’intorno, molti trovavano un principio di buonumore a capo d’un lungo giorno.
1 non ha fortuna
E’ di mozzi steli ed una piccola lucerna l’ultimo dono che ti si offre, ma solo la memoria paga un più giusto tributo. Fuori o dentro queste mura, un ricordo inatteso t’offre opportuna dimora.
Sul Corso ricordo la vecchia farmacia, un ombroso cunicolo la cui fondazione avresti detto anteriore al palazzo che l’ospitava; un museo di droghe nella vecchia rastrelliera che tassellava la parete di fondo fra lignei riquadri, ciascuno recante il proprio nome su targhette dorate, e le vecchie assi di quell’alveare mandavano intorno sentore di tempo passato, e di quello ch’era rimasto, impregnato fra l’impiantito e il soffitto, ammuffito nelle ceramiche d’ampi albarelli, sola cromia a sfidare la penombra. Riscopro questo ricordo come in autunno si trova il danaro lasciato nelle tasche del paltò, ma spendere questo è più complicato, ora che la vecchia bottega è sparita da tanto, che più non so indovinarne la dimora fra quelle nuove che si sono accampate. Cerco allora i miei capisaldi, ma anch’essi ne hanno seguito la sorte. Le insegne dell’infanzia si sono perse in qualche vecchia madia a raccogliere la polvere del soffitto, gli fanno compagnia i giochi ed un bel po’ di sogni, lugubre comitiva della quale non conviene spezzare il letargo. Ora gl’anni sono ancora lungi dal richiamare indietro lo sguardo, ch’è volto alle speranze (sorelle del domani), ma questo mio paesaggio d’infanzia resta precluso a quanto vennero dopo, narrarlo non serve, il lettore ordisce errate scenografie, solo chi ne fu testimone conserva per sé fedele ritratto. Così dunque funziona: il tempo si dichiara in ricordi elitari.
Si cerca amore rifuggendo più tiepidi affetti, per smania di rodare un cuore anzitempo arrugginito dal tedio, sperando al fine corsa un rifugio di due anime, un manto di sogni da spartirci una vita. Si tace infine che si resta come girandole di velina, esposti ai venti dell’altrui capriccio, una folata già basta a spezzarti le ali, e il tempo della gioia è incerto, s’annebbia di timori, qualche dubbio s’avanza, e domani è più minaccia che promessa, ma poi il dolore è un sicuro compagno, del quale ricordi la venuta ma disperi il commiato, e se infine provi un bilancio, t’accorgi che a lui spetta il primato, un ostinato malanno cui cede piano il cuore, e quel tempo di rassegnazione, che doveva fiaccarne la morsa, ti consegna ad un cronico affanno, un’inedia di gioia che d’un solo pensiero si sfama. Afrodite, sono vane conquiste le province cha assommavano i Cesari, deserti di lacrime, al confronto delle grazie che dispensi al tempo buono del tuo favore; ma quanto presto muti abito al cuore e più non torni, e per chi resta s’appresta un tempo lungo di solitario dolore.
Prendeva commiato assieme al mattino, quando il meriggio si destava nell’acceso giorno; fino ad allora era fra gli scaffali della biblioteca, nervosamente cercando, sfogliando pagine come dovesse venirne fuori la mappa per Eldorado, come v’avesse lasciato un documento e, perso memoria, gli fosse premura ritrovarlo, e in quel peregrinare l’accompagnava un mugolio, un continuo discorrere a labbra serrate, tanto che ne venne leggenda di vecchie formule d’alchimia rimestate in cerca della pietra filosofale, come un solitario Raimondo di Sangro cui unico feudo era quel banco di lettura che nessuno gli contendeva, lasciandogli per compagni i suoi triti pensieri. Conobbi quel luogo a periodi alterni, soverchiando le assenze sulle rade soste, ma nel tempo lo seppi presente più che gl’arredi, che pure talvolta mutavano e sparivano verso altri ripari, lui restando nella sua rocca solinga. Ma nel silenzio irreale d’un pomeriggio diserto, in una quieta fatta per il sonno e l’amore, taluni cedendo a quell’invito, sonnolenti tesisti di buon’ora chini sulle carte i primi, gl’altri matricole innamorate sussurranti tenerezze col brusio serrato cui le vecchie affidano il rosario, ed a tratti schiocchi di baci ed improvvisi allontanamenti; nel mezzo di quella quiete, come sospesa e precaria sull’orlo d’uno schianto, ci scosse la sua voce, nuova e inattesa, che riversava intorno un vano turpiloquio. Sapemmo allora che tutte quelle parole, avidamente trangugiate, l’avevano avvelenato dentro come un latte avariato.
Il vento portò fin tra le fronde del giardino la notizia che il mare s’era perso fra cattivi pensieri e, scurito di quelle malinconie, rimuginava bianche spume parlottando lungo la costa. Il piccolo legno si torceva già al riparo della murata, e ad ogni onda un brivido ne provava le assi che scricchiolavano rollando. Nessuno savio avrebbe cercato i favori di Nettuno quella mattina, ma più dolci acque avevano già preso parte del mio sangue, e mi pareva bastante tributo, di più l’idea di languire nelle bettole del molo recava uno sconforto di morte, che per contrasto la nera signora offriva le lusinghe d’un lungo viaggio. Quelle tane opprimevano il cuore alla luce risicata di vecchie lanterne, mentre la bufera ad ogni istante mutava spettrali lucori, un chiarore d’anime dannate, ch’al confronto impallidivano i fantasmi d’ebbri racconti d’osteria. Fra l’annodare storie assieme ai vecchi pescatori, ancorati al lume del focolare, ed essere mozzo nella ciurma di Caronte, scelsi l’ultima, ma non fu gran pena, giusto l’acredine d’un ultimo sorso, poi era già il silenzio, infine giungemmo in porto, l’unico possibile per noi.
La sera si faceva piano intorno, come un velo ad escludere il mondo, ed oltre il tuo sguardo (finisterre dei miei occhi) il buio celava inutili scene di frettolosi passaggi, offrendoci quella solitudine fittizia ch’è indifferenza d’altri. Per gioco ti piacque disporre i nostri trascorsi secondo l’ordine dei giorni, abbicando date ed eventi come s’appaiano le calze, prammatica faccenda che spesso testimonia cura d’affetti, allo stesso modo donavi quella breve cronologia d’incontri come un vademecum al tuo cuore ed offerta di memoria, che entrambi apprestano simultanea dimora al principio d’un bene, ed, improvvisa come un’epifania, mi sorprese coscienza che già per noi una ricorrenza si compiva, che l’insperato incipit stendeva un lembo di trama, ed assieme si poteva spartire un po’ di passato, tempo che aveva peso per te che ne portavi leggero fardello, mentr’io quel poco in più volentieri l’avrei lasciato in pegno al Monte, ma questo nuovo, che aveva il tuo volto, m’incantava più del futuro che si disegna quando solo i sogni dettano il canovaccio, perché questo aveva in te sostanza e presagio, e nei tuoi occhi cercavo di noi come in un cristallo di negromante; ma allora mancai gl’auspici, e non seppi che già mi facevo ricordo ed appartenevo ad un tempo che non era quello a venire.
Caddero, queste parole, come pioggia d’inverno, inutile frastuono, che di più incupisce lividi cieli.